Di fronte agli Anthrax: It’s a madhouse!

spreading the disease

Vi siete mai trovati di fronte a un vostro idolo? Non importa di cosa: sport, cinema, spettacolo, politica, ecc… Cosa avete provato? Per esempio Fantozzi, con la signorina Silvani di fronte, era nel pallone più completo: mani due spugne, salivazione azzerata, manie di persecuzioni, miraggi.
Ma soprattutto… Cosa c’entra questo siparietto con la recensione di cui vi sto per parlare?

1985. Seconda fatica discografica per gli Anthrax, ma che fatica! Uno dei loro passi alpini più celebri, non so se il Mortirolo o lo Stelvio, ma siamo da quelle parti.
Fuori il primo cantante Neil Turbin e il primo bassista Dan Lilker (poi nei Nuclear Assault), il combo americano, pilastro dei Big Four del thrash, prende l’irruenza speed incattivita del loro debutto Fistful of metal e plasma la proposta verso il loro suono definitivo.
I nuovi ingressi di Joey Belladonna dietro al microfono e di Frank Bello al basso portano freschezza, talento e spregiudicatezza.
Cosa propone Spreading the disease?

A.I.R. spazza via i dubbi: suona fresca, potente e impatta sui solchi del vinile con uno speed/thrash/hardcore suonato e cantato come il metallo comanda. Belladonna offre quello che non avevano prima, vale a dire le note altissime, quasi heavy-epic, ma che ci stanno alla grande.
La canzone è un up tempo veloce, tosto e melodico. Sugli scudi i riff e la batteria straordinaria di Charlie Benante, un maestro della doppia cassa.
Il basso la fa da padrone all’ingresso di Lone Justice, poi irrompe un assolo di gran gusto e la voce di Belladonna mette tutti d’accordo su chi sarà il miglior cantante della band nei suoi quarant’anni di storia. Ottimo il ritornello.

Arriviamo alla prima super hit: Madhouse.

«It’s time for your medication, Mr. Brown. Ahahahahah!»

Riffaccio.

“White coats to bind me, out of control,
I live alone inside my mind.
World of confusion, air filled with noise,
who says that my life’s such a crime?”

Storia con la S maiuscola. La canzone parla con ironia di un tema delicato come quello della salute mentale. Gli Anthrax al loro meglio sprigionano un’energia a duecento orari e ci portano convintamente verso la loro perfezione. Riff, solos, acuti e drumming chirurgico e letale.

Dopo questi tre diretti in pieno volto, arriviamo gasatissimi al break centrale.
S.S.C./Stand Or Fall, The Enemy, Aftershock e Armed And Dangerous scorrono via come un fiume nella stagione delle piogge. Gonfio, arrabbiato, tuttavia senza esondare in particolari vette compositive. Si distingue il crescendo rossiniano di quest’ultima quando mostra una progressione della band verso una velocità che gli compete benissimo.

Cosa manca questo splendido quarantenne? Come avrà concretizzato il passaggio finale della band americana all’età adulta? Medusa e Gung-Ho.
La prima è abbastanza canonica quanto bellissima, con un Belladonna sugli scudi.
Il brano affronta temi di trasformazione e paura, prendendo a esempio la figura mitologica di Medusa come metafora per esplorare l’idea di essere intrappolati in una condizione di isolamento e vulnerabilità. Tipica struttura di un pezzo thrash dove tutto scorre al massimo.

Gung-Ho è la rasoiata finale che non ti aspetti, il ponte immaginario tra il precedente e il presente album. Canzone corta, incazzata, imperniata su un pattern di doppia cassa martellante e voce heavy. Il ritmo cresce, cresce, e cresce ancora. Cori e ritornello che ti mandano fuori di testa. Dal vivo miete prigionieri nel pogo incessante. 

Gli Anthrax sono diversi dalle icone Hetfield e Mustaine e dai muscoli estremi degli Slayer.
Sembrano cinque ragazzi dei sobborghi di una grande città con i jeans stracciati e intenti a fare serate goliardiche; poi imbracciano gli strumenti e ti accorgi che spettinano i capelli.

Questo è circa tutto quello che ho pensato quando me li sono trovati di fronte al loro meet & greet, prima di un loro concerto, all’Alcatraz di Milano.
Ridono, scherzano, ti prendono quasi per il culo.
In sostanza, mettono a tuo agio, non come successo al povero Fantozzi.
Poi però salgono sul palco e ti ricordano perché hanno scritto una pagina importante di storia del metal.
E Spreading the disease ne fa parte con pieno merito.

Immortali.



🤘Album: Spreading the disease

🤘Gruppo: Anthrax

🤘Genere: Thrash Metal

🤘1985, Prima stampa Ita, signed by: Ian, Bello, Benante, Belladonna.

🤘Voto: 90/100

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Filippo Bini autore romanzi ambientati a Bologna
Filippo Bini

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