Mentre stavo facendo la cernita degli album storici da recensire, avvertii un prurito dietro la nuca; di solito, questa sensazione può significare due cose: un grosso errore o una dimenticanza.
Nel mio caso, aveva completamente scordato di recensire Paranoid dei Black Sabbath.
Ho subito cercato di porvi rimedio.
1970. Pochi album nella storia dell’heavy metal hanno il peso specifico e la caratura di quello di cui vi sto per descrivere. Ed è ancora più stupefacente se si pensa che vide la luce a meno di un anno di distanza dall’omonimo Black Sabbath.
L’oscurità dell’antimilitarista War pigs sta per avvolgere le nostre orecchie; un riff ipnotico di Iommi apre le danze e la voce sguaiatissima di Ozzy irrompe nelle casse, per poi lasciare il proscenio alla vera protagonista del brano: la batteria di Bill Ward. Le sue rullate secchissime marchiano a fuoco uno dei brani migliori dell’heavy anni settanta.
“Generals gathered in their masses,
just like witches at black masses”.
Capito, guerrafondai?
Se qualcuno di voi non ha mai ascoltato la title track, lo invito a rimanere in ascolto religioso.
Paranoid venne scritta da Iommi in circa mezz’ora e avrebbe dovuto essere un riempitivo. Fate voi…
Orecchiabile, fluida, pesante, veloce. Ma anche ben suonata, prodotta e cantata nella maniera che richiede. Apro e chiudo un capitolo su Ozzy: sarà poco dotato, sgraziato e tecnicamente rivedibile, però è perfetto per la loro musica e questo basta e avanza.
Tutto il vinile è praticamente una lista della spesa di canzoni immortali.
Planet caravan si mostra come una ballad settantiana pesante e acida, la cui versione coverizzata dei Pantera è – forse – quasi vicina all’originale in termini di bellezza.
Iron man ha un riff da sbrodolamento. Pesante, stracopiato, magmatico e doom. La perfezione fatta a canzone e manifesto della rivoluzione dei Sabbath.
Electric funeral rappresenta un calderone di immagini apocalittiche messe in musica da quei quattro pazzi visionari di Birmingham.
Hand of doom diventerà con gli anni un paradigma del genere, inventato dal riffing oscuro di Iommi.
Rat salad è una strumentale che mette in mostra la qualità innegabile delle bacchette di Bill Ward.
Fairies wear boots chiude il vinile con un gioiello di potenza e ironia non replicabile ai quei tempi da nessuno.
Paranoid è uno dei pochissimi esempi della storia del metal a non avere un singolo brano dal voto inferiore all’otto, e se pensiamo che venne composto da quattro ventenni mi pare ancora più stupefacente. Più che un disco, lo definirei un paradigma vero e proprio, nel senso che c’è un prima e un dopo Paranoid.
Menzione particolare per il mai troppo ricordato basso di Geezer Butler. Dal vivo era potente e metallico come pochi.
Un mio caro amico mi ha detto una volta: «Possono esistere brani poco belli dei Black Sabbath, ma non esiste un riff brutto di Tony Iommi».
Scolpirei la frase sulla pietra.
E magari cercherei di ricordarmi di scrivere per tempo la recensione di Paranoid.
“Can you help me,
occupy my brain?
Oh yeah!”
🤘Album: Paranoid
🤘Gruppo: Black sabbath
🤘Genere: Heavy metal
🤘1970, Prima stampa Uk
🤘Voto: 95



