Acciaio britannico 100% inox

British Steel Judas Priest

“Mi ricordo la scuola che frequentavo da bambino, accanto a cui sorgeva un’enorme fonderia. Mentre in classe cercavamo di studiare, sentivamo il rumore dei martelli e dei compressori che sputavano metallo e fumo che entrava nell’aula. Il libro sobbalzava sul banco e si sentiva la presenza della fonderia. La colpa è tutta di quella fonderia: ho respirato quel metallo e mi è entrato nel sangue!” (Rob Halford)

Oggi vi parlo di British Steel dei Judas Priest e per iniziare ho estrapolato da un libro questa frase di Rob Halford, voce storica della band e colui che ha contribuito – artisticamente e non solo – a forgiare un genere musicale.

1980. Reduci da un lotto di album che hanno definito la cifra stilistica dell’heavy metal, i Priest entrano in acciaieria e stampano un vinile leggendario per le caratteristiche che vi elenco di seguito.
Menzione particolare per l’iconica lametta in copertina, che funge da biglietto da visita dell’intero movimento.

Rapid fire è una colata di acciaio che ustiona la pelle di chi ascolta l’inizio del disco, una dichiarazione di intenti dura e pura:

“Pounding the world,
like a battering ram.
Forging the furnace,
for the final grand slam”

Dal vivo, la doppia cassa risuona nelle viscere del palazzetto/arena per quasi tutti i quattro minuti di durata, corroborata dal favoloso lavoro di spada e fioretto delle chitarre di Tipton e Downing. Tutto funziona benissimo, con il messia Halford che verseggia la liturgia toccando note proibitive per tutti quanti.

Metal gods è il secondo inno, una ritmica cadenzata e pesante, ancorché meno veloce della precedente. Una marcia metallica se vogliamo immediata nel riffing, ma assai celebrativa nel suo incedere. L’assolo – nevvero semplice –  di Tipton è quanto di meglio ci si aspetti da un chitarrista leggendario del suo calibro, e termina con la ripresa della marcia di Halford verso la parte finale di un altro pezzo leggendario. 

Breaking the law è un manifesto del genere heavy tutto, ancora oggi richiesta e riproposta in setlist. Breve, cattiva (per l’epoca) e iconica. Persino riprodotta in un episodio dei Simpson. Tutta la band è rodata, coesa e funziona al massimo, con la sezione ritmica Hill-Holland sugli scudi.

Grinder – marziale e muscolare – e United, un inno di ribellione per la staticità culturale inglese di quell’epoca, nonché un evidente dissenso verso il governo Thatcher, chiudono alla grande il lato A del platter.

Il mid tempo purpleiano di You don’t Have to be old to be Wise ci porta dritti dritti all’ultimo pezzo da novanta del vinile.
Pronti per una immergervi nei bagordi di una notte scatenata, a base di sesso droga e r ‘n r?

Living after midnight,
rockin’ to the dawn.
Lovin’ ‘til the morning,
then I’m gone, I’m gone”.

Un altro inno, anche questo con una struttura semplice ma efficacissima. Dopo oltre quarant’anni, chiude i concerti dei Judas Priest come meglio non si potrebbe. La batteria di Holland detta i tempi della band e Halford ribadisce che anche loro non si sono sottratti al detto più famoso della storia del rock.

The rage vede – stranamente – il basso di Ian Hill sugli scudi. Il fedele scudiero priestiano innerva l’attacco del brano, per poi lasciare al resto dei prodi l’onere di condurre in porto un brano lento, cadenzato e pesante. Forse volutamente posto al penultimo posto, come un finto rallentamento prima delle svisate finali di Steeler.
Ultimo manifesto del vinile, riversa il suo clangore tramite giri di chitarra molto heavy e frenetici. Il testo è un chiaro monito a stare attenti alle avversità che si possono parare davanti in ogni dove e in ogni momento; la band accompagna le liriche tramite un susseguirsi di ritmiche frenetiche eppure ad incastro, per chiudere a velocità folle un album leggendario.

Tempo fa lessi una dichiarazione di Scott Ian degli Anthrax – non proprio l’ultimo arrivato – in merito al vinile British Steel dei Judas Priest:

 “L’album che determina che cosa sia l’heavy metal”.

Sinceramente, non mi sento di dargli torto.

Piccola curiosità: l’edizione americana del vinile si apre con Breaking the law, quella inglese con Rapid fire. Secondo voi, quale preferisco?


Acciaio britannico inox 100%.




🤘Album: British steel

🤘Gruppo: Judas Priest

🤘Genere: Heavy Metal

🤘1980, 1st press UK

🤘Voto: 90/100

Condividi su:

Filippo Bini autore romanzi ambientati a Bologna
Filippo Bini

Ultimi post

kings-of-metal-manowar

Kings of metal

“Muscoli, mutandoni, spade d’acciaio, attitudine alla guerra per la quale andavano pazzi, Odino in ogni dove, anatemi verso i falsi metallari, doppia cassa e Valhalla

Fireball-Deep-Purple

La Fireball dei Deep Purple

L’adagio popolare “La classe non è acqua” ha origini antichissime e il destinatario del proverbio incarna distinzione e nobiltà; l’associazione con l’acqua deriva – pare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *