Kings of metal

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“Muscoli, mutandoni, spade d’acciaio, attitudine alla guerra per la quale andavano pazzi, Odino in ogni dove, anatemi verso i falsi metallari, doppia cassa e Valhalla libero”.
Prendo in prestito il geniale Paolo Villaggio per introdurre quello che rappresenta il Manowar style, corroborato però da un lotto di album eccezionali.

1988. I Manowar continuano il percorso di alleggerimento della proposta musicale, da un epic degli esordi fino a un heavy roccioso e pregno di storie mitologiche e dalle tematiche forti.
Kings of metal rappresenta la summa di questi elementi.

Una Harley Davidson deflagra sui solchi del vinile e le scintille delle sue ruote introducono la granitica Wheels of fire, up tempo pregno di riff, assoli e con la voce del fenomenale Eric Adams a farla da padrona.
La title track mostra la pienezza di sé dei Manowar, che si autoproclamano i Re del metal e si permettono con un’aura di invincibilità di declinare in versi:

“The other bands play,
Manowar kill!“

La sezione ritmica pesta meravigliosamente e con gusto, la chitarra di Ross the Boss veleggia verso lidi quasi perfetti e l’ugola d’oro di Adams (un all star senza se e senza ma) squarcia mari, monti, spade, campi di battaglia e anche il loro famigerato Valhalla.

Hearth of steel è una power ballad impreziosita dal pianoforte di Ross e ricalca tutto il pathos e le esagerazioni del quartetto americano.
La strumentale di basso Sting Of The Bumblebee è una sbrodolata di Joey DeMaio. Bella e pomposa senza limite.

The Crown And The Ring (Lament Of The Kings) trasuda epicità e riesce nell’intento di emozionare. Il pezzo inizia con un coro e con l’organo suonato da Ross, che ci porta nella tristezza di un guerriero, il quale torna dalla battaglia ma, pur avendo perso tanti amici, è pronto a ripartire.

“Saddle my horse as
I drink my last ale.
Bow string and steel will prevail”

Questo è lo spirito Manowar: guerra, onore, fratellanza e combattere fianco a fianco.

Seguono due buoni pezzi, Kingdom come e Pleasure slave, che però risultano inferiori agli altri eccezionali brani
Come Hail and kill, che a parere mio è uno dei pezzi metal più trascinanti mai scritti.
Tutti e quattro i Manowar ci trascinano nel campo di battaglia, come in un quadro splatter nel quale il combo a stelle a strisce dipinge brutalità e tecnica allo stesso tempo.

“Rip their flesh, burn their hearts.
Stab them in the eyes,
rape their women as they cry, ha-ha-ha!
Kill their servants, burn their homes.
‘Til there’s no blood left to spill,
Hail and kill!”

Un Adams mostruoso a rendere dal vivo questo capolavoro spiega ai detrattori cosa erano i Manowar a fine anni ottanta. Se escludiamo le tematiche ben poco educative, senza dubbio da insegnare a scuola a livello di costruzione della forma canzone.

La skippabile (parer mio) narrazione di The warriors prayer suona la campanella di fine vinile, che viene attraversata da una furiosa Blood of the kings.
Conclusione degnissima a suon di metallo, dalla ritmica trascinante. Autocelebrativa sì, ma che mette in mostra – se mai ce ne fosse bisogno – quattro musicisti fuori dalla media di almeno cinque spanne.

Cosa sono stati i Manowar? Dei true metaller autori di alcuni vinili favolosi? Oppure delle macchiette ridicole con il passare degli anni?
Forse la verità, se mai ne esiste una, sta nel mezzo.
Gli album, almeno fino a Warriors of the world, sono tra il buono e l’ottimo. A tratti, iconici.
L’autocelebrazione sbrodolante prosegue tuttora, ma almeno è accompagnata dalle performance più che valide dal vivo.
Per cui la mia bilancia pende verso il positivo.
La vostra? Non ditemi verso la “cagata pazzesca”, che poi dobbiamo tirare in ballo nuovamente Fantozzi…



 🤘Album: Kings of metal

🤘Gruppo: Manowar

🤘Genere: Heavy/Epic

🤘1988, Prima stampa Europe

🤘Voto: 88/100

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Filippo Bini autore romanzi ambientati a Bologna
Filippo Bini

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