Led Zeppelin IV, la scala per il paradiso

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Dialogo immaginario tra uno scrittore e un lettore appassionato di musica.
L: «Non hai ancora scritto una recensione sui Led Zeppelin?»
S: «No».
L: «Come mai?»
S: «Non mi hanno mai fatto impazzire. E poi aspetto il momento giusto».
L: Error 404.

1971. Il momento giusto per fare la storia arriva per gli Zeps all’alba degli anni settanta. Il loro precedente lavoro viene accolto dalle critiche della stampa inglese? E che problema c’è?
Robert Plant, Jimmy Page, John Bonham e John Paul Jones si rinchiudono in una casa di campagna e utilizzano lo studio mobile dei Rolling Stones per scrivere uno dei tre album più belli della storia del rock. Le canzoni?

Black dog prende il nome da un labrador nero che si aggirava per gli studi di registrazione. Questo cane era sì anziano, ma piuttosto “in forma” a livello di appetito sessuale verso il gentil sesso canino, a quanto pare.

“Hey-hey, mama, said the way you move,
onna make you sweat, gonna make you groove.
Ah, ah, child, way you shake that thing,
Gonna make you burn, gonna make you sting”.

E qui di groove Plant e soci ne mettono tantissimo. Opener stupenda e pregna di un hard blues spumeggiante ed energico, con la coppia Jones e Bonham a farla da padrona.
Immortale opener e immortale anche il secondo pezzo, l’inno Rock and roll.
Che dire? Come We will rock you dei Queen, siamo di fronte a un inno senza tempo.
Quello che impressiona è la potenza dei suoni zeppeliniani – siamo nel 1971 – e l’andamento di gran classe. Un tiro indiavolato come la chitarra di Page e la voce incendiaria dell’eterno Plant.
Eccezionale.

Il terzo brano ci presenta Plant in veste di cantastorie e si vocifera, tra i mille significati fantasy ed esoterici che permeano le liriche della band, che il testo sia un rimando a Tolkien e al Signore degli anelli. La regina della luce potrebbe essere infatti Galadriel. Noi ascoltiamo e godiamo.

Credo che non serva una recensione per spiegare Stairway to heaven, che metto al pari di Innuendo, Hey Jude o Africa. Fate voi, però siamo là.

“And as we wind on down the road,
our shadows taller than our soul.
There walks a lady we all know,
who shines white light and wants to show”.

Lisergica, elettrica e perfetta. Impossibile fare di meglio e chiunque l’avrà ascoltata almeno una volta nella vita, che frequenti i salotti di Cortina d’Ampezzo o il pantano del Wacken.
Il lato A più bello di sempre si chiude qui.

Il lato B è stupendo, pur non raggiungendo la magniloquenza del precedente.
Misty Mountain Hop si basa sull’organo di John Paul Jones e stavolta non ci sono dubbi: le Montagne Nebbiose sono quelle di Tolkien presenti ne Lo Hobbit.
Four sticks (ancora il numero 4 che ritorna) gira attorno al numero di bacchette impegnate da Bonzo e al riff di Page, ma verso la fine arriva il tocco geniale di Jones e le urla selvagge e sensuali di Plant.

Chitarra acustica e mandolino accompagnano la voce soffusa in Going to California, e ci sembra veramente di passeggiare in una piana battuta dal vento e dal sole, sorseggiando una birra.
Anche questa è la magia dei Led Zeppelin.
Chiude il vinile When The Leeve Breaks, che mette in vetrina le radici blues della band albionica.
Come a voler rappresentare l’esatto contrario della opener, come a rimarcare che i Led Zeppelin sapevano suonare tutto l’abbecedario del rock.

Led Zeppelin IV è stato composto da Page, Plant, Jones e Bonham: una delle (forse la) formazioni rock migliori di sempre. Quattro fuoriclasse, eppure diversissimi tra loro, ognuno che porta in dote qualcosa per arricchire la canzone e mai per il gusto di sbrodolare fuori dal piatto, bensì per scalare l’Olimpo del rock.

Usando la Scala per il Paradiso.



🤘
Album: Led Zeppelin IV

🤘Gruppo: Led Zeppelin

🤘Genere: Hard Rock

🤘1971, Prima stampa, Uk

🤘Voto: 95

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Filippo Bini autore romanzi ambientati a Bologna
Filippo Bini

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