No prayer for Iron Maiden’s dying

No prayer fot he dying Iron Maiden

Quando ti chiami Iron Maiden e hai toccato il cielo con entrambe le mani e già da qualche anno, le strade da intraprendere possono essere due, al netto dell’avere assorbito l’abbandono del chitarrista Adrian Smith: tentare di proseguire verso l’infinito, oppure fare un passo indietro e riscoprire le proprie radici. Nelle prossime righe, scopriremo insieme la via intrapresa dalla band.

1990. Detto della dipartita del fenomenale Smith, i Maiden lo sostituiscono con Janick Gers, che si rivelerà molto diverso dal suo illustre predecessore, ma a conti fatti un ottimo membro fisso.
Immagino la febbrile attesa dei metaller dell’epoca intenti a scartare il vinile. L’occhio sarà sicuramente caduto sulla copertina orrorifica del sempiterno Derek Riggs, quasi un membro effettivo della band per avere creato l’immaginario iconografico di Eddie, qui presente e raffigurato mentre esce dalla tomba e afferra un becchino per il collo.
No prayer for the dying si apre con un ipnotico giro di basso (mi ricorda The clairvoyant) che inaugura Tailgunner. Classico singolone che mette subito la strada dei Maiden verso un suono grezzo e stradaiolo, proprio come la voce di Bruce Dickinson.
Assolo bellissimo, ritornello ispirato e una granitica sezione ritmica completano il quadro d’insieme di un brano nel complesso tra il buono e l’ottimo.
Il testo parla della vita tormentata sui bombardieri dei cieli durante il secondo conflitto mondiale.

Tail end Charlie in the boiling sky,
the Enola Gay was my last try.
Now that this Tailgunner’s gone,
No more Bombers
(just one big bomb)”

Il primo passo falso arriva però subito dopo con la solarità heavy rock di Holy smoke, che ha nell’immediatezza il suo punto cardine. Scelto come singolo apripista del vinile. mostra però il fianco alla troppa semplicità e quasi banalità del riffing e della melodia.
Intendiamoci: a detta di chi scrive, l’equazione “semplice = negativo” non per forza avanza nei sondaggi di gradimento. Il punto qui sta che si tratta pur sempre degli Iron Maiden e Holy smoke scade nell’insipido.

Si prosegue con la title track e il livello si rialza e non di poco. Un riff malinconico spalanca le porte girevoli di un brano atipico, sorretto da un Mc Brain indiavolato e da un solo ispiratissimo e molto lungo di Murray.
Eccoci alla parte zoppicante del nostro vinile; durante la cinquina centrale aleggia un non so che di “vorrei ma non posso”, e così siamo di fronte al momento più debole della carriera dei nostri eroi, dagli esordi fino a quel momento.
Nessuno ricorda infatti con fare sognante le rispettive Public enema number one, Fates warning, The assassin, Run silent run deep e Hooks in you.
Fatti salvi alcuni momenti di buona ispirazione (come il ritornello di Fates warning e l’aggressività di Hooks in you), devo ammettere che la baracca scricchiola sotto i colpi della scarsa ispirazione.

Ma…
I fuoriclasse riservano i botti per il gran finale.

Bring your daughter… to the slaughter mostra una sezione strumentale sugli scudi e accompagna un Dickinson indiavolato e tagliente come una lama del macellaio a cui il titolo di ispira.
Curiosità: il brano faceva parte inizialmente del repertorio solista del funambolico singer, ma Harris pensò bene di spalancare le fauci e di inghiottirlo nella discografia Maiden.

Il gran finale è opera della mini suite Mother Russia, a mio modo di vedere l’apice del platter.
Provate a chiudere gli occhi durante l’onirica prima parte strumentale e lasciatevi trasportare nel gelido inverno delle steppe sarmatiche, al di là della catena degli Urali.

Mother Russia how are you sleeping?
Middle winter cold winds blow.
From the trees the snowflakes drifting,
swirling ‘round like ghosts in the snow”

Il riffing e la produzione sembrano l’anello di congiunzione tra il precedente e sontuoso Seventh son e questo No prayer for the dying. Qui tutto funziona alla grande, compreso il menestrello Dickinson che colpisce al cuore per la sua profonda ispirazione narrativa.
“Tutto molto bello”, avrebbe detto il compianto Bruno Pizzul.

Cosa rimane di questo album? Con quale metro di giudizio lo poniamo sul piatto della bilancia?
Certo, se lo paragoniamo ai fasti dei lavori passati, ne esce con le ossa rotte. Ma se lo si ascolta per quello che è, vale a dire un onestissimo heavy metal suonato e prodotto benissimo, forse ci sono gli estremi per assegnargli una sufficienza più che abbondante.

Un ritorno sui propri passi, che a distanza di molti anni si ascolta ancora con piacere.


🤘Album: No prayer for the dying

🤘Gruppo: Iron Maiden

🤘Genere: Heavy Metal

🤘1990, Prima stampa Uk

🤘Voto: 70/100

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