Ride the lightning

Ride the lightning Metallica

Quali sono le attività di un ragazzo di venti anni? Scuola (lavoro), bighellonare, giocare a pallone, smartphone, amori vari e via discorrendo.
Tutto normale per la gente comune.
Non per i membri dei Metallica, che a soli venti anni pubblicarono quella pietra miliare di Ride the lightning.

1984. Dopo aver stordito il pubblico con il grezzo e seminale Kill ‘em all, i Metallica tornano in studio con il produttore danese Flemming Rasmussen per spiazzare tutti quanti.
Il risultato? Un disco meno arrembante, più maturo e variegato.

Fight fire with fire è il trait d’union tra l’esordio dell’anno precedente e questo nuovo platter: un assalto thrash all’arma bianca, una dichiarazione d’intenti che un ancora sbarbato James Hetfield sputa con rabbia al mondo intero. Riff, amalgama tra gli strumenti, batteria in doppia cassa e pestata, assoli a profusione. Promossa a pieni voti.
Con la seguente titletrack, i Metallica alzano il tiro e iniziano la scalata verso l’olimpo. Il trittico strofa-bridge-ritornello risulta azzeccato e articola la canzone in un crescendo rossiniano di tematiche sulla pena di morte, perfettamente amalgamate all’impianto sonoro. Hetfield inizia a palesarsi come un mostruoso chitarrista ritmico, anche se qui si sente lo zampino dell’ex componente Dave Mustaine (che nel frattempo aveva già fondato i Megadeth e inveiva contro i Metallica). Cambi di tempo e ritmiche sì thrash, ma più ragionate, fanno di questo pezzo un must have.

Si può fare di meglio? Sì.
Track number three: For whom the bell tolls. In questo rocciosissimo mid tempo, emerge il debordante talento del compianto bassista Cliff Burton, il cui riff si fonde alle rullate di Lars Ulrich e deflagra in un orgasmo sonoro di cinque minuti. Il titolo è chiaramente un eco hemingwayano.

Segue poi una scandalosa (per l’epoca, ovviamente) power ballad: Fade to black. I Metallica furono accusati di tradire il sacro verbo del metallo, di tradire i “Defender of the true heavy metal”. Stronz… ehm, stroncare le illazioni per i Metallica fu semplicissimo, sarebbe bastato ascoltare attentamente e farsi rapire dalla bellezza del brano, che già conteneva i semi futuri della band.

Lato B (del disco, non pensate subito male).
Trapped under ice è il brano che forse più ricorda lo speed metal e si dipana con un’intelaiatura meno cervellotica delle altre song, ma risulta perfettamente contestualizzato nell’insieme dell’album.
Escape fu scritta in quattro e quattr’otto dalla band per completare l’album, ma, pur essendo la meno distintiva della release, è la riprova che ai tempi i quattro californiani tramutavano in oro qualsiasi cosa.
In questi ultimi due brani, la band comunque riesce a dimostrare una perizia tecnica fuori dal comune.

Creeping death è il classico brano anthemico da stadio, una cavalcata thrash impazzita che travolge a rotta di collo tutto ciò che incontra sul suo cammino. Un mostruoso Hetfield spiana la strada ai compagni di squadra e mostra la via del successo alla band. Straordinario esempio di ritornello e riffmaking, trascinante come pochi nella storia del metallo.
Chiude il festival la strumentale e “lovecraftiana” The call of Ktulu. Atmosfere horror, dominate da intarsi chitarristici maestosi e da una perfetta commistione tra metal e musica classica. Siamo quasi ai livelli di Orion, per intenderci.

Ripenso ai miei venti anni: ascoltavo questi capolavori al Sottomarino di Marina di Ravenna e al Rock Planet di Pinarella di Cervia . I Metallica, alla stessa età, li componevano.

Onore a loro.

 

“Take a look to the sky just before you die.

It is the last time you will”.

 

 

🤘Album: Ride the lightning

🤘Gruppo: Metallica

🤘Genere: Thrash metal

🤘1984 – Prima stampa Europe

🤘Voto: 95/100

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Filippo Bini autore romanzi ambientati a Bologna
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