Seasons in the abyss

Seasons in the abyss Slayer

Volendo usare una definizione scientifica, fisserei il termine sintesi come “Un procedimento avente per scopo il formare un tutto a partire da un insieme di elementi”.

Perché il preambolo? Perché Seasons in the abyss degli Slayer è la sintesi perfetta tra la brutalità di Reign in blood e la malignità più ragionata di South of heaven.

1990. Giunti al tramonto del periodo aureo del cosiddetto “metal classico” (heavy, thrash, hard rock), gli Slayer posero l’ombrellino sul long drink di un filotto di album che rivoluzionarono il metal estremo.

Un riff paludoso e magmatico inaugura War ensemble, che presenta una struttura catch and shoot senza prigionieri. Araya canta e suona da Araya, Lombardo ti investe come un treno in corsa con il suo drumkit e la coppia d’asce King/Hanneman macina rasoiate come se non ci fosse un domani.

“Sport the war, war support.

The sport is war, total war.

When victory’s a massacre.

The final swing is not a drill,

It’s how many people I can kill”.

Serve altro? Ah, sì: dal vivo è (era) devastante.
Salto alla conclusione dell’album e riascolto la titletrack. Seasons in the abyss è la sintesi di cui parlavo prima. A un primo ascolto, si rischia di rimanere spiazzati dal suo incedere monolitico, quasi doom.

Un secondo arpeggio spariglia il mazzo e la notte, già nera, si incupisce ancora. Lombardo scandisce i tempi in maniera non forsennata, ma comunque graffiante. Arriva la seconda chitarra ad appesantire il carico di briscola, chiaramente da undici. Poi Araya canta di tutto il male possibile e immaginabile: guerra, genocidi, sparatorie. Come se gli Slayer avessero voluto condensare tutto quanto in un unico, eccezionale brano. Chiudono la baracca le rullate di Lombardo e una lunghissima, sinistra nota di chitarra, che sanciscono (se mai ce ne fosse stato bisogno) che lo scettro di band thrash più estrema era ben saldo in mano agli Slayer.

Tutte le altre canzoni di Seasons in the abyss, prese una ad una, non sfigurerebbero in nessun altro disco della band, pur non essendo dei capolavori come le due descritte sopra.

Menzione speciale per Dead skin mask, un raggelante viaggio dentro le terribili imprese del serial killer Ed Gein. Dal vivo, credetemi, fa venire i brividi.

Seasons in the abyss è forse l’ultimo grande disco di thrash classico, inteso come quello innervato dai vagiti dei primi Metallica.

Ma per poterlo ascoltare, e non esserne schiacciati dalle liriche e dal riffing assassino, bisogna prestare attenzione e tenere lontano dalla portata dei deboli di cuore (e di mente).

Altrimenti, si rischia di finire nell’abisso di Araya, King, Hanneman e Lombardo.

“Look deep in your soul

Step outside yourself,

And let your mind go.

Frozen eyes stare deep in your mind as you die”.

🤘Album: Seasons in the abyss

🤘Gruppo: Slayer

🤘Genere: Thrash Metal

🤘1990, Prima stampa Usa

🤘Voto: 90/100

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Filippo Bini autore romanzi ambientati a Bologna
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